Aosta… la Roma delle Alpi: il Teatro Romano

di © Riccardo Scuderi

Ho già avuto modo di parlare di Aosta nel precedente articolo Valle d’Aosta… terra di Castelli, ma in questo articolo intendo soffermarmi su uno dei monumenti più significativi di questo piccolo Capoluogo di Regione, uno dei simboli più importanti della “Roma delle Alpi”: i resti del Teatro Romano.

La sola facciata attualmente visibile è quella meridionale, alta ben 22 metri, caratterizzata da una serie di contrafforti e di arcate ed alleggerita da tre ordini sovrapposti di finestre di varia forma e dimensione.
Ben individuabili sono pure le gradinate ad emiciclo che ospitavano gli spettatori (cavea), l’orchestra (il cui raggio è di 10 metri), ed il muro di scena (ora ridotto alle sole fondamenta) che un tempo si innalzava col suo ricco prospetto ornato di colonne, di marmi e di statue.
Si è calcolato che il Teatro potesse contenere tre o quattromila spettatori. Addirittura alcuni studiosi ritengono che un tempo fosse dotato di copertura fissa.

Le foto che ho il piacere di condividere sono state scattate con la fedele Leicaflex SL2 munita di un obiettivo grandangolare 24mm, indispensabile per evidenziare l’imponenza dell’intera struttura. Inoltre la giornata particolarmente soleggiata ed il sole ad “ore 12”, quindi con ombre particolarmente “dure”, hanno esaltato la texture della struttura

La pellicola usata è una Fujifilm Acros 100 Iso, sviluppata con chimici IlFord.

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“Fare una fotografia vuol dire allineare la testa, l’occhio e il cuore. È un modo di vivere.”
(Henri Cartier-Bresson)

Effetti “speciali”: solarizzazione e pseudo-solarizzazione

E’ opportuno precisare innanzitutto le definizioni:

– la “solarizzazione” propriamente detta, descritta per la prima volta da Daguerre nel 1831, è l’effetto ottenuto da un’esasperata sovra-esposizione (almeno mille volte quella corretta) della pellicola in fase di ripresa, praticamente impossibile da ottenere con le normali pellicole attuali.

– la “pseudo-solarizzazione” o “effetto Sabattier”, perché descritta per la prima volta da Armand Sabattier nel 1862, è invece l’effetto ottenuto in camera oscura tramite opportuna esposizione della pellicola o carta durante la fase di sviluppo per una reazione chimica dell’argento che si trova.  Quando oggi si parla di “solarizzazione” ci si riferisce invece normalmente a un’immagine ottenuta con ”effetto Sabattier”.

Ecco un esempio di procedimento per una stampa b/n “pseudo-solarizzata” partendo da un normale negativo: – si sceglie una carta sensibile leggermente più dura di quella che si usa normalmente; – si espone la stampa per circa due terzi del tempo normale; – si sviluppa per due terzi del tempo regolare di sviluppo (rivelatore fresco e un po’ più concentrato); – si lava la stampa per 10 sec. e poi si asciuga, tamponando con una spugna pulita; – si espone la stampa a luce bianca (15 watt) per 1 sec. circa a 1 metro; – si completa lo sviluppo ottenendo la “pseudo-solarizzazione” (senza muovere la carta mentre fra le zone di diversa densità compare una sottile linea grigia, detta linea di Mackie); – si effettua rapidamente un efficace fissaggio.
La “linea di Mackie” si forma per la maggiore concentrazione di ioni di bromuro lungo la linea che separa una zona sviluppata da una che si sta sviluppando: il bromuro ritarda lo sviluppo lungo questa separazione formando una linea più o meno chiara che manca del tutto nella vera solarizzazione
L’effetto ottenuto come sopra descritto non garantisce però la sua perfetta ripetibilità sulle stampe successive perciò, se si vuole avere la possibilità di replicare la stessa stampa in più copie identiche, bisogna creare un duplicato “pseudo-solarizzato” del negativo sviluppato normalmente e meglio se su lastra di grande formato da sviluppare in bacinella e con pellicola ortocromatica in modo da poter controllare l’effetto in luce rossa.
Utilizzando i duplicati è perciò possibile partire da qualsiasi negativo o diapositiva del proprio archivio. Si potrebbe anche  “pseudo-solarizzare” al buio una pellicola in fase di primo sviluppo, ma il rischio di non ottenere un risultato soddisfacente e quindi dover ripetere la ripresa, è alquanto elevato e quindi sconsigliato.
Si possono ottenere risultati diversi a seconda che si usino pellicole o carte fotografiche normali o ad alto contrasto, ma particolarmente importante è saper scegliere prima di tutto delle immagini adeguate e un negativo (o diapositiva) di partenza che abbia i particolari chiari e nitidi.
La “pseudo-solarizzazione” è particolarmente efficace, e oggi principalmente usata, su immagini in b/n, ma è anche molto suggestiva utilizzando le pellicole a colori con le quali si produce un effetto simile a quello di posterizzazione (con colori diversi da quelli originali e sempre molto saturi) e inoltre, utilizzando luce colorata per la nuova esposizione alla luce della pellicola sviluppata solo parzialmente, le combinazioni e gli effetti ottenibili sono veramente infiniti
L’”effetto Sabattier” fu sfruttato con successo come tecnica fotografica, per la prima volta in modo sistematico, da Man Ray, il grande protagonista dell’arte di avanguardia del primo Novecento.