Pensieri invernali sulla fotografia tra smartphone e tablet…

Anche il 2017 si è concluso. Un anno intenso cha ha visto il nostro sodalizio sempre attivo con tante belle iniziative interne e divulgative, dedicate alla nostra passione per la fotografia con la pellicola.
Un anno in cui abbiamo conosciuto tanti nuovi amici, anche di paesi lontani e nuovi gruppi che con i loro lusinghieri apprezzamenti ci hanno semplicemente galvanizzato.
Tuttavia in questa entusiasmate situazione, dove la fotografia tradizionale, in grande e rinnovata affermazione, si conferma essere sempre più appannaggio di una importante giovane élite cui, di fatto, è consegnato lo spirito e l’arte del disegnare con la luce, non possiamo ignorare la contemporanea definitiva espansione della cosiddetta fotografia digitale, nel pieno dei suoi dirompenti effetti.
Non ci siamo mai occupati di statistiche, e non seguiamo le indagini di mercato dei vari esegeti che pontificano da anni sui forum e sulle superstiti riviste specializzate.
Il nostro pensiero è sostenuto dal fatto che forse, per la prima volta, durante questa stagione estiva, che ha visto, più che negli anni passati, convogliati nelle nostre città d’arte e nelle nostre lande montane e marine, centinaia di migliaia di “fotografi” da tutto il mondo, si è potuto costatare il definitivo tramonto della macchina fotografica, che a cento cinquant’anni dalla sua invenzione e solo a tre lustri dall’irruzione della nuova tecnologia digitale, lascia irrimediabilmente il posto al più gretto uso di “smartphone” in sua vece.
Infatti, ben poche sembrerebbero le reflex – la “macchina” per antonomasia – che abbiamo potuto vedere a tracolla nella stagione estiva trascorsa.
Va detto però, che il declino dell’apparecchio tradizionale, era già iniziato anni fa, quando le ultime raffinate macchine analogiche, fino allora necessariamente in mano a professionisti e appassionati preparati, erano scalzate dalla “digitale” che, compatta o ingombrante che fosse, visto i prodigiosi e imperscrutabili automatismi intrinseci, permetteva molto più democraticamente a chiunque di ottenere immagini “passabili”, finendo per lo più ad adornare i decolté di mogli e fidanzate: primissime staffette dello scatto compulsivo.
Tra non molto, pur in presenza di miliardi di scatti fotografici come non se n’erano mai visti prima, registreremo la fine della fotografia, per lo meno per come l’abbiamo sempre concepita e non solo quella analogica; con buona pace di nativi o immigrati digitali di nuova o tardiva fede!
E’ con la scena grottesca delle braccia alzate con il “tablet” sopra la folla, o quella dell’ineffabile telefonino sul tavolo, sempre pronto a immortalare tutto e tutti; o di milioni di “selfie” tutti uguali con la loro lingua fuori o le labbra arricciate e l’occhio stupido che si compie lo sconsolante paradigma.
Vedete, non solo per l’insulsaggine dei soggetti o dei nuovi tic di massa, ma soprattutto per gli effetti della pervadente digitalizzazione che “virtualizza” rendendola superflua e inutile l’esperienza che è alla base di ogni espressione artistica, con il risultato della più desolante omologazione.
Andate e osservate con distacco le immagini esposte in qualche concorso fotografico e ve ne renderete conto!
Se ci pensiamo bene, fino a che la macchina fotografica è stata uno strumento (meccanico) essenziale, semplice estensione della nostra sensibilità, l’immagine registrata sulla pellicola era, bene o male, l’onesto frutto dell’esperienza e dell’attitudine acquisita.
Le “digitali” infatti, hanno dovuto rincorrere la forma esteriore, il formato (il Leica 35 mm) delle “analogiche” e finanche le modalità funzionali con tanto di manopole e bottoni, assolutamente fittizi, tanto pleonastici quanto, dal punto di vista del marketing necessari, per lasciare al fotografo un residuale illusorio intervento nello scatto. Poco importa se il risultato potrà essere immediatamente visualizzato, eliminato, oppure completamente stravolto, mediante una disinvolta manipolazione al computer.
Un percorso segnato.
La natura faustiana e depauperante della tecnologia digitale, presenta inesorabilmente la cambiale all’incasso, facendo tabula rasa di nobili sentimenti, illusioni e nostalgie e con essi anche di tutte le competenze tecniche e le capacità acquisite.
I soloni che avevano celebrato in preda a dionisiaca euforia i primi vagiti della nuova era, gettando alle ortiche un tesoro di passione e tecnica, sentenziando altezzosi e saccenti la morte della pellicola e proclamando una nuova aurora illuminata da milioni e milioni di pixel, oggi possono fare un esame di coscienza e forse ripensarsi.
Ora, è evidente che se la nostra memoria e il nostro cuore sono consegnati al Grande Fratello in una “nuvola digitale” tramite “l’Iphone”, il computer o l’ultima fotocamera “pensante e parlante”, l’arte fotografica e i suoi valori potranno continuare a vivere solamente presso l’artefice che li avrà saputi custodire, esercitare e trasmettere, facendoli ri-scoprire a quei giovani “scapigliati” non ancora omologati ai dettami deleteri di questo sistema.
E noi, che non abbiamo mai abbandonato la tecnica argentica, espressione di una visione tradizionale e reale, quindi analogica, del pensare e dell’agire, cosa possiamo fare?
Beh, non abbiamo dubbi, proponiamo una buona dotazione di rullini – più se ne hanno più viene voglia di usarli – metterne un paio nella borsa; caricare una bella analogica, magari completamente manuale – priva di “aiutini” di sorta – e: azione! ..Con questo bel cielo terso, tra la gente in città, o solitari nei boschi o nei campi cristallizzati dall’aria frizzante di questo insolito gennaio.
……… Finché c’è pellicola c’è speranza!
Buon 2018 e tanti buoni click a tutti!!
Oliviero Gotti – FCB

Conclusa la mostra “Fotografi della Luce”

Si è appena conclusa la breve e bella mostra “Fotografi della Luce” del Foto Club Bergamo, presso la gipsoteca dello scultore Pierantonio Volpini.
Un po’di belle fotografie analogiche in bianco e nero e a colori, che vanno da Bergamo e le sue Muraine, giusto per non dimenticarle, visto l’attuale trionfo delle Mura Venete, ai luminosissimi ghiacciai perenni presi da insolite prospettive; dalle lande solari del Marocco con bei ritratti di viaggio dal vago sapore antropologico, fino alla più originale, per taglio e scelta dei soggetti, ritrattistica in studio.
Belle fotografie scattate, curate e stampate dagli stessi autori. Autori appassionati che lavorano nell’anonimato e nella lodevole padronanza della tecnica fotografica tradizionale, dove il sapiente equilibrio del disegnare con la luce e stampare in camera oscura sono l’opera fondamentale.
Una mostra gradita a un pubblico numeroso e accorto, che ha lasciato il proprio segno di entusiastico apprezzamento sul Registro d’Onore del sodalizio.
Non una mostra per tutti, certamente perché ubicata nel piccolo laboratorio, nella mirabile via Donizetti, che per fortuna sfugge al turista forzato, incolonnato sulla Corsarola… Ahinoi, mai nome suonò ironicamente più azzeccato per i visitatori di corsa nel più bulimico “mordi e fuggi” in Città Alta..
Una manifestazione aliena al praticante delle cosiddette grandi mostre-evento, nei contenitori più risonanti della città, appannaggio di autori celebri sempre in odore di santità, sempre testimoni della cultura che conta, dove il vernissage e una visita ossequiosa diventano una liturgia condizionata.
Questa del FCB nella sua schietta artigianalità e ammirevole concretezza, riflette in pieno l’animo dell’autore e del luogo in cui si manifesta.
Infatti se non siete mai stati nel laboratorio dell’amico Pierantonio Volpini vi suggeriamo di riparare subito, perché vi perdete un luogo magico dove avete la possibilità di percepire l’arte nel suo significato primigenio: espressione dell’artista in quanto forgiatore della propria opera, lontano dalla moderna contrapposizione tra artista e artigiano, all’era dove “l’artifex” era l’ispirato, l’artefice, il maestro, ad un tempo solo. Non è un caso che nella sala espositiva che pare una grotta che richiama la caverna generatrice di divinità, dove oggi nascono le opere dalle mani e dalla mente dello scultore, abbiano fatto degna mostra le fotografie esposte, capolavori tra il bianco della luce e il nero della camera/grotta oscura. La fotografia analogica espressione artistica che nella dualità indissolubile luce e oscurità, con gli elementi che riconducono a una chimica dalle nobili origini, in quest’occasione ha ritrovato il luogo giusto e il genio per un promettente ritorno alle radici dell’arte.